Ducati Ducati Hypermotard V2 – 2026

Ducati Ducati Hypermotard V2 – 2026

Ducati-1 Ducati Ducati Hypermotard V2 – 2026

La Hypermotard è sempre stata una Ducati un po’ “sbagliata” nel senso buono: una moto che prende l’idea supermotard (posizione alta, manubrio largo, leggerezza percepita, voglia di impennare e cambiare direzione) e la mischia con la cultura stradale Ducati, quindi motore grosso “quanto basta”, componentistica di livello e un pacchetto elettronico che ti lascia giocare senza dover per forza fare il funambolo senza rete. Nel 2026, però, il punto non è un semplice aggiornamento: è un cambio di filosofia più radicale di quanto l’estetica lasci intendere. A colpo d’occhio la riconosci subito, ma sotto la pelle è un’altra Hypermotard.

Il cuore del cambiamento è il motore: non il vecchio Testastretta 937 con distribuzione desmodromica, ma il nuovo bicilindrico Ducati “V2” da 890 cm³, con fasatura variabile lato aspirazione e valvole a molle tradizionali. È una scelta che per alcuni ducatisti “di chiesa” suonerà come una piccola apostasia tecnica, però è coerente con una direzione chiara: meno complessità, più compattezza e soprattutto manutenzione più semplice e intervalli più lunghi, senza rinunciare alle prestazioni. In questa configurazione la Hypermotard dichiara 120,4 CV (88,5 kW) a 10.750 giri/min e 94 Nm a 8.250 giri/min: numeri che la mettono in cima alla storia del modello per potenza massima, ma con una curva che resta pensata per essere “giocabile” su strada, non solo da tirare al limitatore.

E qui arriva la seconda rottura con il passato: il telaio. Dopo anni di traliccio in acciaio come firma strutturale ed estetica, la Hypermotard V2 2026 passa a una monoscocca in lega di alluminio, con il motore che diventa elemento stressato (cioè parte attiva della struttura). Tradotto: il propulsore non è solo “appeso” al telaio, è parte del telaio. È una soluzione che Ducati sta usando su più modelli e che, sulla carta, porta vantaggi netti in termini di compattezza e rigidità a parità di peso. Anche il forcellone cambia: addio monobraccio (un’altra “eresia” per chi amava quell’impronta Ducati), e benvenuto bibraccio in alluminio, più in linea con l’idea di efficienza e controllo, specie quando inizi a chiedere tanto a gomme e sospensioni.

Il tema peso, su una moto così, non è un dettaglio: è praticamente la ragione di esistere. Ducati dichiara 180 kg (in ordine di marcia senza carburante) per la versione standard e 177 kg per la SP. Tre chili sembrano pochi, ma su una moto alta, corta e reattiva, dove la guida è fatta di trasferimenti rapidi e correzioni continue, ogni kg risparmiato “si sente” più che su una naked classica. A parità di architettura e serbatoio da 12,5 litri, qui l’obiettivo è farti percepire una moto leggera sotto al bacino, pronta a cambiare appoggio, a chiudere una traiettoria al volo o ad allargare con il gas senza che tutto diventi faticoso.

Tra standard e SP, Ducati non fa solo un gioco di livrea: cambia davvero la qualità dell’hardware ciclistico. La standard monta una forcella Kayaba rovesciata da 46 mm completamente regolabile e un mono Kayaba; la SP sale di livello con Öhlins (forcella rovesciata da 48 mm e mono Öhlins), con più possibilità di fine tuning e una risposta che, tipicamente, è più sostenuta e leggibile quando inizi a guidare “di cattiveria” o su asfalti non perfetti. Anche le ruote fanno differenza: la base usa cerchi in lega fusi, la SP passa a cerchi forgiati, più leggeri e con minore inerzia, cioè più rapidità nel cambiare direzione e nel “cadere” in piega senza doverla convincere con forza. Sulle gomme, l’idea è chiara: Pirelli Diablo Rosso IV sulla standard e Rosso IV Corsa sulla SP, quindi più grip e più indole sportiva per chi vuole davvero sfruttarla tra passi e magari qualche turno in pista.

Sul fronte freni Ducati resta nel suo habitat naturale: Brembo, dischi anteriori da 320 mm e disco posteriore da 245 mm. La differenza è nelle pinze: M4.32 per la standard, M50 per la SP, con la SP che adotta una componentistica più “racing” anche a livello di pompa freno. Nella guida reale questo si traduce in una leva più pronta e in una maggiore resistenza quando inizi a staccare forte e ripetuto, cosa che su una motardona stradale capita più spesso di quanto uno ammetta: perché l’impostazione ti invita a frenare tardi, far scorrere, rialzare, ripetere. Il pacchetto è completato dall’ABS cornering (sensibile all’angolo di piega), con livelli di intervento legati alle modalità di guida.

Ducati-2 Ducati Ducati Hypermotard V2 – 2026

L’elettronica è uno dei punti dove questa Hypermotard diventa davvero “moderna Ducati”, e non solo una supermotard grossa. C’è la piattaforma inerziale a sei assi (IMU) che abilita i controlli evoluti: traction control in curva, ABS cornering, wheelie control, gestione del freno motore e riding mode con mappature e livelli personalizzabili. Il quickshifter bidirezionale è parte dell’esperienza perché su una moto così il divertimento è anche tenere il motore “in tiro” senza spezzare il ritmo con la frizione. Il senso, più che “salvare la pelle”, è darti libertà di esagerare in modo regolabile: lasciarla più libera quando vuoi giocare, o più sorvegliata se la strada è fredda, bagnata o semplicemente non hai voglia di fare l’eroe.

Parlando di ergonomia, Ducati prova a fare una cosa non banale: mantenere la postura supermotard “credibile” senza rendere la moto inutilizzabile nel quotidiano. L’altezza sella dichiarata è 880 mm, quindi alta, ma la sella è stretta e questo aiuta a toccare terra meglio di quanto un numero così farebbe pensare. In più ci sono opzioni: sella bassa (865 mm) e, combinando sella bassa e kit sospensioni ribassate, si può arrivare a 850 mm. Non è un dettaglio: su una moto che invita a fermarsi spesso, ripartire spesso, fare inversioni e manovre “da motard”, la confidenza da fermo è metà del piacere e metà della sicurezza. Anche la triangolazione sembra pensata per caricare un po’ di più l’anteriore rispetto al passato, con pedane e manubrio che aiutano quella sensazione di controllo “sul davanti” tipica delle supermotard vere.

Il serbatoio da 12,5 litri è coerente con l’idea della moto, ma resta una delle poche cose che possono diventare un limite pratico: non è una tourer e non finge di esserlo. Il consumo dichiarato da Ducati è 5,4 l/100 km, con CO₂ a 125 g/km ed omologazione Euro 5+. Se fai due conti, in teoria puoi superare i 200 km con un pieno, ma nel mondo reale una Hypermotard la guidi spesso “allegra”, quindi l’autonomia utile tende a scendere e la sosta benzina diventa parte del ritmo.

La strumentazione passa a un TFT da 5 pollici, gestito da comandi rivisti con joystick, e con tre layout grafici (uno più stradale, uno più ricco di dati, uno più “track oriented”). Qui Ducati fa una cosa intelligente: ti dà informazioni diverse a seconda del contesto, senza costringerti a un cruscotto sempre uguale e sempre affollato. C’è connettività Bluetooth per musica e chiamate; la navigazione turn-by-turn è disponibile come optional. In più ci sono quelle finezze che sembrano frivole finché non le usi: funzione “coming home” per tenere acceso il faro per qualche secondo dopo lo spegnimento e logiche di segnalazione frenata d’emergenza con lampeggio del posteriore in caso di decelerazioni importanti (con esclusione in modalità più pistaiole).

Capitolo manutenzione: qui il passaggio alla nuova architettura motore e alla distribuzione a molle ha un impatto concreto. Ducati indica un “Oil Service” ogni 15.000 km o 24 mesi, un controllo annuale ogni 12 mesi, e il controllo gioco valvole a 45.000 km. Per chi viene da una Ducati più vecchia o da Desmo con intervalli più ravvicinati, è uno di quei cambiamenti che spostano l’esperienza di possesso tanto quanto i cavalli in più.

Arriviamo ai prezzi italiani aggiornati dal sito Ducati: Hypermotard V2 parte da 15.590 €, mentre Hypermotard V2 SP parte da 19.890 €. Sono disponibili anche versioni depotenziate a 35 kW: 14.590 € per la V2 e 18.890 € per la SP. Come sempre, il configuratore e gli accessori possono spostare parecchio l’asticella, soprattutto sulla SP, perché tra componenti speciali e scarichi “uso pista” è facile trasformare un listino in un “progetto”.

Il succo della Hypermotard V2 2026, quindi, è questo: Ducati prende un’icona e la fa entrare nella sua nuova grammatica tecnica. Chi cercava la Hypermotard come ultimo baluardo del “Ducati di una volta” (Desmo, monobraccio, traliccio) troverà motivi per storcere il naso. Chi invece la guarda come oggetto da guidare oggi, con prestazioni alte ma gestibili, peso contenuto, elettronica completa e costi/tempi di manutenzione più razionali, probabilmente vedrà il 2026 come il punto in cui la Hypermotard diventa più efficace senza perdere il suo lato da teppista elegante: quella capacità di farti ridere nel casco anche a velocità non folli, semplicemente perché ogni comando produce una reazione immediata e leggibile. Maggiori dettagli su https://www.ducati.com/it/it/home.

Per la tua moto affidati ad un professionista”

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Carlin Pradin
22/11/2022
Molto gentile e professionale..
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Domenico Bruni
18/11/2022
Personale preparato e prezzi onesti
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MASSIMO PIRAM
19/07/2022
Alessandro persona eccezionale gentile e professionale mi ha risolto un problema al sistema ESA della mia BMW dopo che 3 officine avevano “sentenziato” di doverlo mandare a revisionare. Grazie
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Daniele Massai
22/05/2022
Alessandro (il titolare) sempre gentile e pronto ad aiutare nel caso ci fosse una urgenza (velocità nella riparazione) Loo consiglio vivamente

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